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Giornata della Memoria | 27 Gennaio 2021

di Carola Rizzi, insegnante di italiano L2 e operatrice di K-Pax.

MEMORIA

Il passato: istruzioni per l’uso” è un interessante, agile libro di Enzo Traverso che si propone di esplorare le relazioni tra i concetti di storia e memoria, soffermandosi su alcuni aspetti dell’uso pubblico del passato. È un piccolo volume che frequentai diversi anni fa nell’ambito degli studi universitari e da allora, ogni anno, mi torna in mente come lettura sempre appropriata in occasione del Giorno della memoria.

Già definire cosa sia la memoria non è così semplice come potrebbe sembrare. Da Hegel in poi si afferma nella cultura europea l’idea di memoria come ricordo e come movimento di interiorizzazione, di cui uno Stato costituisce l’espressione esteriore. Seguendo il filo del ragionamento del filosofo tedesco, solo gli Stati dotati di una storia scritta possiedono una memoria, che finisce quindi con l’essere, già a partire da qui, prerogativa occidentale e dispositivo di dominio: essa può (o meglio poteva) appartenere soltanto all’Europa (oggi potremmo dire alle potenze occidentali) e costituire un racconto apologetico del potere.

È ormai un fatto assodato che, in base ai periodi storici, esistano memorie forti e memorie deboli e senza dubbio la memoria della Shoah è una memoria forte, condivisa, istituzionalizzata, interiorizzata, sentita e promossa. Anzi, riprendendo le posizioni di Gunter Grass, Enzo Traverso parla di quello che può essere definito quasi un “eccesso di memoria”: il rischio non appare più quello di poter dimenticare la Shoah, ma piuttosto di fare un cattivo uso della sua memoria, di imbalsamarla, chiuderla in un museo, neutralizzata e acritica o, peggio ancora, di usarla per un’apologia dell’attuale ordine del mondo: se il Nazismo è stato il male assoluto, l’Occidente liberale si legittima come il bene incontestabile.

L’Olocausto ha subito, nel dopoguerra, un processo di americanizzazione che, come per altri miti e ideologie, l’ha reso in qualche modo più simbolico e più proponibile di altre memorie o di altre attenzioni sull’attuale. Con ciò non si intende assolutamente asserire che il valore della memoria della Shoah sia sovrastimato o che non sia fondato su un’oggettiva pagina per certi aspetti senza precedenti nella storia delle sciagure e dei crimini dell’umanità!

Si sta però cercando di proporre l’idea che dietro la legittima e sacrosanta esigenza di memoria creatasi attorno al 27 Gennaio, gli Stati Uniti e l’Occidente abbiano creato un’operazione a sua volta ideologica, che si è ridotta a una parziale sterilità in termini di attenzione e vigilanza civile. Dopo il processo Eichmann, la memoria su Auschwitz si è intrecciata alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese, con tutte le implicazioni ideologiche e politiche che potevano derivarne. Il paradosso che ne consegue è che gli Usa, ad esempio, crearono un museo federale dell’Olocausto, dedicato a una tragedia drammaticamente tutta europea, senza sentire l’esigenza, di crearne uno in memoria di due esperienza fondatrici della storia statunitense: il genocidio dei nativi americani e la schiavitù dei neri.

Non si tratta di mettere le memorie a confronto, né si tratta di voler definire cosa sia stato più turpe e cosa meno nella storia dell’occidente, né tantomeno di svilire la portata macroscopica della tragedia della Shoah. Si tratta, piuttosto, di porre l’accento sull’atteggiamento selettivo e mai neutrale della memoria. Si tratta di concentrarci su quelle due parole che campeggiano immancabilmente sotto la scritta 27 Gennaio in ogni pubblicità progresso: “Mai più”. Ecco, è su quel mai più che abbiamo tradito la memoria ufficiale e istituzionalizzata. È quel “mai più” che stride terribilmente con la realtà dell’Occidente.

Un occidente che ha approvato le guerre umanitarie, che ha fatto accordi coi dittatori, un Occidente che sta ignorando quello che accade alle porte dell’Europa, culla della democrazia Occidentale e terreno di ferite profondissime tra cui appunto Auschwitz. Scrive Traverso nel suo libello: “Non si tratta ovviamente di dire che Auschwitz è uguale a Guantanamo, ma di domandarsi se, dopo Auschwitz sia ancora possibile e ammissibile Guantanamo e se non vi sia qualcosa di indecente nel fatto che proprio i responsabili di Guantanamo e Abu Ghraib ci abbiano rappresentato durante una cerimonia dedicata alle vittime del nazismo”.

Ecco a me piacerebbe che riflettessimo su questo: non si tratta di paragonare quello che accade nelle carceri libiche e turche all’Olocausto, si tratta di chiedersi se dopo Aushwitz sia ammissibile quello che accade in Libia, in Egitto, in Turchia, in Ungheria, in Bosnia.
Come hanno cercato di ricordare bene Adorno e gli altri filosofi della scuola di Francoforte, l’Olocausto fu l’espressione di una barbarie che si annidava dentro al principio di civilizzazione e il totalitarismo è nato in seno alla civiltà stessa, di cui è figlio.
Dunque il monito è chiaro e allarmante: quando lo stato di eccezione comincia a diventare la regola, si aprono degli spazi di non diritto in cui tutto diventa possibile. Nessuno avrebbe reclamato gli ebrei deportati.
Qualcuno oggi reclama forse i migranti picchiati e torturati?

Di spazi di non diritto e di popoli non reclamati da nessuno, non visti, ignorati, ne abbiamo sott’occhio anche noi, in questo Occidente liberale e democratico, fondato sulle ceneri della tragedia della Shoah. La privazione dei diritti umani persevera in molte parti del mondo, fino ai confini più prossimi dell’Europa.

Quando ogni 27 Gennaio dedichiamo un pensiero, un post sui social, una lezione scolastica all’immagine del binario di Birkenau, dovremmo fare il faticosissimo e poco rassicurante sforzo di chiederci con quale scopo lo stiamo facendo: ci accodiamo muti e acritici alle celebrazioni di una teodicea laica? Siamo ingranaggi di una ritualità che assume contorni mistici e slegati dalla storia? O crediamo fermamente che fare memoria significhi vigilare, che “per non dimenticare” debba declinarsi in “per non ripetere”?

Se vogliamo restituire valore a ciascuna delle vittime dell’Olocausto dovremmo iniziare col dire che la tortura, la privazione dei diritti umani, la deportazione, la ghettizzazione e le violenze contro un popolo non sono più ammissibili e accettabili in nessun luogo e dovremmo pretendere questa soglia minima di coerenza dagli Stati Occidentali che sulla memoria dell’Olocausto hanno fondato la loro legittimazione democratica e liberale. Finché ammetteremo che ci si possa girare dall’altra parte di fronte a immagini come quella che segue, la memoria delle vittime e dei testimoni sarà impietosamente, colpevolmente tradita o, peggio, sfruttata e distorta a beneficio del potere democratico.