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“Cronache K-Paxiane” | Ep. 11

di Carola Rizzi, insegnante di italiano L2 e operatrice di K-Pax.

 

ACCOGLIERE PER CONVINZIONE. INSEGNARE PER VOCAZIONE. OPERARE IN SICUREZZA. MALGRADO QUELLO CHE SI DICE.

Insegnare in tempi di emergenza sanitaria non è facile: non è stato facile farlo durante i 4 mesi di fermo scolastico, quando ci siamo attivati con le piattaforme online e, ognuno da casa propria, con materiale recuperato qui e là dagli studi e dai lavori precedenti abbiamo organizzato dispense da consegnare negli appartamenti, dove ogni ragazzo, tramite telefono cellulare e il bonus di un tot di giga internet, si poteva collegare per un minimo di sei ore a settimana a video lezioni calibrate per piccoli gruppi di livello linguistico omogeneo.

Non è stato facile scegliere se e come rientrare a scuola: le scuole “normali” non si sono dovute porre il problema. A giugno l’anno scolastico si interrompe per quasi tre mesi. Le scuole di alfabetizzazione dei servizi Sprar, invece, proseguono per tutto l’anno solare, in modo che in qualsiasi momento arrivi un nuovo ospite in accoglienza, egli possa avere a disposizione il servizio scolastico di lingua e cultura italiana.

Non è facile insegnare con la mascherina e la visiera. Non è facile far capire ai ragazzi che la mascherina non si toglie e non si abbassa. La scorsa settimana, anche qui nel profondo nord, abbiamo registrato picchi di 36 gradi e respirare per tre o quattro volte al giorno l’odore acre di alcol e disinfettante necessario a igienizzare banchi, sedie, maniglie, porte e bagni ad ogni cambio ora, dava la sensazione di asfissiare. Sotto la visiera che riflette la luce dei neon si fa una cappa di umidità che di salubre ha ben poco e ogni tanto la tentazione di sfilarla per sorridere, bere, mangiare, avvicinarsi ai ragazzi e tenere loro la mano per guidare il segno di una “a” o di una G in corsivo maiuscolo è forte. Ma qui, nel profondo nord, abbiamo contato conoscenti, parenti e amici morti a decine nel silenzio e nella solitudine. A loro l’aria è mancata davvero. E noi la vicinanza interpersonale, il gesto automatico di poterci dare la mano, di prestare una penna o di darsi una pacca sulla spalla non possiamo permettercelo.

Insegniamo e impariamo così, cercando di introiettare e automatizzare ogni singolo nuovo comportamento e pulendo e ripulendo e disinfettando tutto mille volte al giorno, finché la gola non pizzica e le mani non si seccano. E chi non ha con sé una mascherina pulita e in buono stato non entra in classe, così come chi dovesse avere la temperatura superiore ai 37 gradi.

Ho ripreso come tutti una vita il più possibile normale, ho ricominciato a uscire e a lavorare e a fermarmi al bar ogni mattina per il caffè e vedo camerieri senza mascherina, clienti che non igienizzano le mani, vedo mercati stracolmi di persone distanti pochi centimetri l’una dall’altra e ragazze che si provano i vestiti nei camerini dei negozi, incuranti del fatto che li abbia provati qualcuno prima di loro. Però nel mirino delle critiche e sulle prime pagine dei giornali, quando si parla di Covid e di contagi che tornano a preoccupare ci siamo sempre noi. Il dito è puntato sempre, a prescindere, (perché non fa mai male), contro chi sceglie di accogliere. Ecco, per inciso, non scegliamo di accogliere perché siamo tutti neo hippy che non pensano al domani o perché ci pervade un buonismo mistico e miope. Non facciamo il nostro lavoro nella logica dei “poverini” che arrivano e dei “compassionevoli” che accolgono. Lo facciamo pensando che ovunque nel mondo ci siamo persone giuste e persone meschine. Lo facciamo sapendo che chi arriva nel nostro Paese può essere una brava persona o un profittatore del sistema, lo facciamo correndo il rischio di veder tradito il nostro lavoro per rendere il loro domani migliore. Perché non lo facciamo per missione, appunto, ma per lavoro, mettendo a disposizione competenze, tempo, conoscenza critica, dubbi, timori, confronti, formazione, mossi dal sintetico, essenziale principio, che tutti abbiano il diritto di spostarsi, di avere una seconda possibilità e di essere accolti in un qualsiasi Paese altro nel rispetto dei diritti umani che ci piacerebbe fossero garantiti a tutte  e a tutti in ogni angolo di mondo.

Lo facciamo senza sprecare risorse e, anzi, scegliendo di tornare a lavorare appena possibile. Con tutti i dispositivi di sicurezza, raddoppiando i turni, dimezzando le classi, coordinandoci e supportandoci in una fatica doppia rispetto a prima, noi. Ma tutto questo, forse, la gente non lo sa.