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“Cronache K-Paxiane” | Ep. 8

di Michele Pizio, operatore legale di K-Pax.

FIGURARSI SE CAPITAVA UN FORESTIERO
Storie di cani che abbaiano, steccati ed altre epidemie.

Mi devo incontrare con Issah – questioni burocratiche sanitarie, una brutta infezione alla mano in via di guarigione. Ma sul piazzale sterrato sotto casa trovo Asif, intento al recupero del bidone giallo della carta. E Anna.
Anna è una signora di mezza età. Abita anche lei nel condominio marrone. Io non la conosco, anche perché collaboro con una collega, ma è lei, da diversi anni, l’operatrice responsabile dell’appartamento in questione. Io qui sono gregario, e non da molto. Ma non conoscersi – non ancora – per Anna non è un problema: è lei che si fa avanti.

Nel frattempo arriva anche Issah, con la sua grossa mano bianca appesa al collo. Il pretesto per Anna è un richiamo bonario verso “i ragazzi”: per alcuni errori nella raccolta differenziata, per qualche rumore misterioso o in orari insoliti. Piccole, normali, quotidiane increspature di una convivenza condominiale.
“Noi non ce l’abbiamo con voi”, precisa. “Casomai con quelli dei cani, che sono italiani…”. Un problema di deiezioni canine negli spazi comuni, immagino.

Anna sembra sincera: il contenuto del rimprovero a Issah e Asif è critico, ma la forma è accogliente. Non per caso siamo in uno dei Comuni, e delle comunità, che più si sono dimostrate accoglienti in tutti questi anni.
Anna chiede ad Asif e Issah, per sapere qualcosa di loro, ma loro sono un po’ intimiditi. Allora ricorda e mi racconta, con nostalgia, i tempi delle prime accoglienze, nei primi anni dieci; dei ragazzi africani e pakistani di allora: chi ha messo su famiglia in valle, chi ha trovato la sua strada in città lontane. E poi tra sé e sé, come se lo pensasse proprio in quel momento, ed esprimendo un desiderio di incontro e conoscenza, Anna riflette che “i ragazzi un tempo si facevano meno problemi, salivano, bussavano alle porte degli altri inquilini, chiedevano; mentre i ragazzi di oggi sembra quasi che abbiano paura”.

Forse che i ragazzi arrivati negli ultimi anni sono diversi? O la loro paura, così diversa, è solo lo specchio nel quale dovremmo saper leggere la nostra diversa accoglienza?

 

Gianni Rodari – “Il paese dei cani”, fiaba contenuta nella raccolta “Favole al telefono”.